La gola è riarsa, il palato appiccicoso, la bocca impastata e le labbra sono secche: la sete è un vuoto incolmabile che mi separa dalla felicità. Eppure, per contrappasso, questo avvertire l’arsura contiene in sé, come tutte le cose, il suo opposto; inconsciamente, già so che presto potrò dissetarmi, sentire scorrere acqua fresca e cristallina giù nell’esofago, placando il fatale bisogno, e ciò, quantomeno, già mi basta ad ignorare il fastidio della necessità. Se conoscessi l’Illuminazione, saprei avvalermi di questo karma per eliminare l’incompletezza e non proseguire oltre. Entrando nella cucina, mi rammento in una frazione di secondo di una bottiglia mezza vuota, notata stamattina, col suo carico liquido pronto a soddisfare ogni mia più sfrenata libido idrica, sebbene la scarsa quantità tradisse la breve durata del piacere ormai prossimo. Apro quindi il frigorifero e una brezza argentina, ricca di odori disordinati di insalate, frutta fresca e bevande, mi rinfresca la pelle del volto, aggredendo le mie nari, penetrando da lì fino alla gola scatenando un placido senso di benessere. A questo punto, posso senza alcuna ombra di dubbio affermare che non esiste più alcun tipo di atto di sopravvivenza nelle mie azioni. La sete è già morta, uccisa dalla frescura, e tutto ciò che verrebbe dopo non sarebbe altro che mera cupidigia. E poi, la vedo. Maestosa. Incombente. Fiera del suo tappo inviolato, come una reliquia. Qualcuno deve aver svuotato la precedente e piazzato al suo posto una nuova bottiglia. Quasi come se contenesse troppa acqua, alla vista di ciò che potrebbe ingurgitare, il mio corpo comincia a sudare incontrollabilmente. Le mani si fanno viscide dalla tensione e la fronte si ricopre di goccioline simili a rugiada. Mi sento come un ladro di tombe quando la mia mano impudica l’afferra incerta per adagiarla sulla credenza alla meno peggio. Con la coda dell’occhio passo in rassegna i bicchieri, cercandone uno all’altezza di tale compito, ma pare che ognuno di essi, in preda al sacro furore, mi condanni prima al rogo inquisitorio e poi alle fiamme dell’inferno per aver osato profanare tanta sacralità. A mia volta però realizzo che nemmeno il Graal sarebbe degno di ciò che mi appresto a compiere, quindi mi risolvo a selezionare il boccale più indicato: un vecchio contenitore di cioccolata Lindt, raffigurante una vacca lasciva trasportata dalla dolce schiuma di un mare senza fine. Avvertendo il sangue pulsare dolorosamente, quasi senza accorgermene, i miei artigli pagani dissacrano per sempre l’avvitata verginità del reperto, versandone impunemente la linfa nel buio della dannazione. Il mio stomaco è attorcigliato, alla gola ho un nodo che nemmeno il più contorto dei marinai potrebbe concepire nel suo incubo più morboso. Sento che avrei ogni goccia d’acqua sulla mia coscienza alla fine di tutta questa storia, ed adesso non potrei mai berne più di mezzo bicchiere. In un attimo eterno vedo l’acqua fluire rassegnata, riempiendo il calice nemmeno fino a metà. La vista di quel getto indifeso prorompe in un senso di colpa antico quanto l’uomo. Perché lo faccio? Cos’è questo inutile spreco? La sete è come se non fosse mai esistita. Ormai le mie azioni fanno parte di un complesso rituale a cui il destino mi ha condannato. Senza alcun controllo su me stesso, appoggio la bocca omicida al freddo bordo vitreo, percependo da subito la pura umidità del contenuto. Il bovino si inclina lentamente mentre il fiume martirizzato straripa impetuoso nella mia gola peccatrice. L’acqua, per ripicca, mi congela lo stomaco, e ben presto sale un insopportabile senso di nausea. Mi stacco aspirando come dopo ore di apnea; ma c’è ancora un buon dito d’acqua sopravvissuto al massacro. Distogliendo lo sguardo, lascio che la mia carne prevalga sulla ragione, e lo getto nel lavandino in un tripudio di scellerato consumismo. Gli occhi sono pronti a sfogarsi in un pianto inconsolabile. Goffamente cerco di rimettere tutto a posto com’era prima, ma chiunque si sarebbe accorto dell’impurità compiuta in quel luogo. Mi allontano con la coda tra le gambe, giurando di non perseverare più in questo errore, con in testa terrificanti scene di devastazione che potrebbero benissimo essere uscite da un film hollywoodiano post-atomico o da un documentario no-global sulla siccità nel terzo mondo. Ma poiché è estate ed ho assunto solo quelle due dita d’acqua dalla sera prima, un minuto dopo ho di nuovo una sete desertica.