Dopo esser stato esiliato errai senza meta, vedendo il paesaggio senza guardarlo. La realtà più non era e l’oblio fu l’unica cosa in cui credei per molto tempo; ma non saprei dire con certezza quanto vagai insensibile, trascinato dall’inerzia della vergogna, fino a quando mi risvegliai a metà, passando dal sonno al dormiveglia. Sentivo freddo, tanto come mai in vita mia, e mi sembrava di nuotare in una palude vischiosa. Il gelo era straziante e sarei impazzito completamente se la volontà degli Dèi non mi avesse salvato. Lanciai un urlo di dolore, anche se credo di non aver emesso alcun suono in quel momento, ma, proprio quando l’ultimo briciolo d’energia mi stava per abbandonare, vidi la luce: una stella accecante mi si parò davanti agli occhi, riscaldando all’istante ogni mia parte del corpo intorpidita, e l’urlo che si sfogava dalla mia bocca mutò in un ruggito assordante, così forte che mi capita ancora di avvertirne l’eco. E volai, turbinando nel cielo, ridendo come il folle più saggio: finalmente l’oblio che tanto cercavo mi avvolse, rendendomi ceco e sordo. Mi svegliai tra le braccia di quello che sarebbe diventato il mio maestro; mi guardava sorridendo con la sua bocca carnosa irta d’orecchini d’osso.
- Bentornato nel mondo che è, fratello. -
Disse.
- Il dito di Tromo ti ha accusato, toccandoti e punendoti delle tue colpe; ma tu sei sopravvissuto alla sua collera. Ora sei Armo, l’immortale, e paura più non potrai provare. -
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