Zen ~ Una parabola

Posted in Un sacco di Esse on 30 gennaio 2009 by Adam

In un sutra, Buddha raccontò una parabola:
Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto ad un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco ed uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spicciò la fragola. Com’era dolce!

— da 101 Storie Zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps

Lasciami Entrare [Let The One Right In] ~ Recensione

Posted in Cinema on 29 gennaio 2009 by Adam

Let The Right One In

Let The Right One In

Cazzo, è un film meraviglioso. Un horror spettacolare. Un’esperienza mistica. Avete presente i vampiri? Ecco, questo film a Bela Lugosi gli fa un culo tanto, povero. E si, anche se si contestualizzano entrambe le opere: Dracula è dello stesso anno di Luci della Città, porca miseria, Lasciami Entrare è davvero soverchiato dalla malvagità di Twilight—capite, Twilight?!—eppure, c’è. Nello scrivere una recensione per questo capolavoro assoluto, mi vengono solo onomatopee di giubilo. Cioè, come si deve essere sentito uno che, uscito dalla prima di Arancia Meccanica, ha detto «cazzo, so ricorderò questo giorno per sempre e che tra vent’anni ancora ne parlerò»? Probabilmente non come me. Perché quando usciva Arancia Meccanica, ci si aspettavano capolavori del genere. Adesso, la gente dirà, tra qualche decennio, «io c’ero!», riferendosi a 300. Come potevo aspettarmi che entrando in quel cinema, su spassionato invito di un amico annoiato, una domenica pomeriggio, dopo le fettuccine al ragù fatte a mano dalla zia, con l’impegno per il giorno dopo di vedere la decadenza di Jim Carrey in Yesman, mi sarei immerso in una sfera di sensazioni sensazionali? Calcolate che l’ho visto già due volte al cinema. Forse, se non lo tolgono, ci rivado la prossima settimana.

Attenzione: dato che io non mi leggo NULLA, né una recensione né un’opinione, né vedo alcun tipo di trailer quando ho la percezione di stare per vedere un bel film, per me tutto ciò che lo descrive anche minimamente è spoiler. Ok, io già sapevo che ruotava intorno alla figura del vampiro, e più di questo infatti non ho detto. Ma da adesso in poi, seguendo la mia concezione di spoiler, sappiate che questo post ne sarà zuppo fradicio.

Allora, il film è di uno squisito gusto nordico che più nordico non si può. Pieno di silenzi, calma, lentezza—ma anche inesorabilità. Insomma, è deliziosamente Zen. Tutti si aspettavano il finale, ma io non ci ho dormito per la penultima scena. Allo stesso tempo, è di un horror degno di Shining. Così criptico, così angosciante, terrorizzante.

Ok, ripeto, partiamo dal finale che è meglio. «Parti sempre dalla fine», diceva un saggio tibetano. Uno molto poco conosciuto. Dicevo, quei due piedi nella piscina. Vacca baldracca, me li sono sognati, mi sono dovuto leggere tre raccolte complete di Nilus per riuscire a tranquillizzarmi e non prima delle 6 di mattina. Quei due piedi sono la cosa più paurosa, più horror che io abbia mai visto. La testa, il braccio mozzato, servono solo a smorzare la tensione con qualcosa di esplicito e comico. Ma quello che ti puoi immaginare faccia Eli al padrone dei due piedi, beh, solo i tuoi incubi peggiori te lo possono dire. E le urla ovattate dall’acqua nella piscina. La prima volta che l’ho visto sono rimasto a bocca aperta, completamente paralizzato dalla paura.

Riprendiamo con l’ambiente. Innanzi tutto, è completamente bianco. Fuori c’è solo neve, piatta e senza alcun tipo di ombra che possa definire una forma, se non gli alberi (una fotografia spettacolare quegli alberi!). Dentro, ancora peggio. I muri bianchi da ospedale, le finestre bianche, il tetto bianco… tutto ordinatissimo, pulitissimo e pieno di luce. Cioè, già così va oltre il mero incubo. È una dimensione parallela che conduce inevitabilmente alla follia. È una spirale senza spire, un abisso senza ombra. Non lascia alcuno spazio all’immaginazione, al contrario del buio, ma non è nemmeno creativo: è tutto uguale, è tutta una prigione, un blocco di marmo dentro al quale non puoi muoverti. Dove solitamente in un horror si punta sulle tenebre, qui il bianco ne fa le veci, diecimila volte più forte. Ogni personaggio vive intrappolato nel proprio calco di gesso. E questo, è appurato.

E ora, i veri mostri del film, i cattivi che più cattivi non si può. Prima gli alcolizzati. No sono tremendi. Lacke mi faceva una paura mista a schifo che altro che The Ring e compagnia bella. Così animale, umido, lo sguardo vacuo. Uno zombi in piena regola. La moglie, non ne parliamo. Ma lei è donna, si può salvare, e muore alla luce del sole, grazie ad Eli. I fuchi (per niente fichi), invece, sono tutti condannati alle torture della convivenza con sé stessi, tranne quel deficiente di non-mi-ricordo-come-si-chiama che viene ammazzato sotto il ponte, ma insomma, nessuno se l’è mai cacato di pezza. E fin qui, abbiamo uno scorcio sul lato più umano delle mostruosità della periferia di Stoccolma negli anni ‘80, anche se non credo che qualsiasi periferia attuale sia molto diversa. Poi, si passa al male puro.

Connie. Allora, Connie è un demone vero e proprio. È uno spirito malvagio. Ha i suoi due schiavetti, e alla fine evoca il demonio più cattivo di tutti, il fratellone. No, il bullismo è un affare troppo brutto per parlarne. Mai subito, semmai ingenuamente operato—nei limiti della presa in giro, povero Simone, alle medie, era così gracile e sciocco, che alle volte mi sentivo quasi in dovere di proteggerlo, quando non ero io a dargli fastidio; ma quando si parla di questi livelli, tutto crolla. No, non c’è nulla di più malvagio di Connie. Nessun cattivo da film o da fumetto potrà mai raggiungere il suo sadismo. Insomma, da quando viene riconosciuto come il cattivo, tutti, in sala, hanno capito che, entro la fine, avrebbe fatto una fine così orrenda, ma così orrenda, che doveva essere davvero troppo malvagio.

Vogliamo parlare degli altri adulti che non rientrano nel caos infernale? Mi spiace, non ce n’è uno. La madre di Oskar è da massacrare con gaudio. Guarda la tv da sola… ma fatti una vita, sorella! Leggi un libro, deficiente, che tuo figlio ti ha sorpassato da un pezzo. Il padre? Porello, mi ha fatto una pena. Ma secondo voi, è frocio, o quel tipo ambiguo con cui si sbronza è solo un pezzente a cui deve dei soldi? Il fatto che siano separati, d’altronde, non fornisce alcuna spiegazione. Divorzio, e figlio psicopatico. Che faccio, mi metto a cantare contro i divorzi? No, conosco troppe persone in quello stato, me ne vorrebbero. Chi altri c’è? Ah, si, il prete. Cioè, non è un prete, certo, però l’aspetto ce l’ha, la flemma pure, ed è talmente pieno di gatti che non può che essere un fratacchione. Ma anche quello è un topolino cieco che verrà divorato, prima o poi, dai suoi stessi felini. Vogliamo parlare del servo di Eli? In realtà, è la proiezione futura del destino di Oskar. Quindi poco c’è da dire. Lui la ama da quando è infante, lei è un’eterna dodicenne non-morta, hanno fatto un patto e si sostituirà a lei per un po’ nell’ammazzare persone. Succede, coi vampiri buoni—e i vampiri buoni non vanno a succhiare gli animali, teste di cazzo che non siete altro.

Ma ora, la parte difficile. No, è impossibile. Come si può prendere ti decifrare in qualsivoglia maniera due personaggi del calibro di Oskar ed Eli? Allora, lui è efebico, è un angelo. È pazzo da legare, avrebbe bisogno di una decina di psicologi. Prende il bastone, un cazzo fallo pisello (tanto per chiarire i simbolismi) enorme, lasciato in eredità dal suo predecessore, una spada sacra, e ci sfracchia l’orecchio al demone Connie quando questi gli stava per dare il colpo di grazia. Scena comicissima, Connie che urla mentre urlano le bambine che hanno trovato il morto, il quale si trova in una posizione ancora più comica. Per non parlare del coltello, che d’altronde però non usa mai, e anzi, gli porta solo pasticci, e in fondo, come direbbe Freud, non è altro che icona della masturbazione, per come viene esposto nel film. Cioè, un bambino così potevano trovarlo solo in Svezia. E il primo che accusa qualcuno di pedofilia gli stacco le palle a morsi. E poi le stacco anche ad un pedofilo di passaggio, così, tanto per equilibrare. Insomma, lui è la luce, è la giustezza, la salvezza, la grazia, è tutto, e diventerà un vecchio che si distrugge il volto—il volto, capite?!—per non far risalire la propria identità al suo amore, e infine si sacrificherà, al colmo dell’estasi, per lei. È un ciclo, una ruota, è ovvio che il servo non è altro che, come ho già detto, la proiezione futura di Oskar.

Ora, Eli. Lei è ancora più tosta. Ogni volta che ci penso, a lei, sento un impulso di adrenalina ed una scossa di terrore. Quando compare, in camicetta, in piedi sulle giostre, mentre nevica, già hai capito che si ameranno da quel momento per sempre e che lei è una vampira coi controcoglioni—ohè, io c’ho un cubo di Rubik qui, a 10cm, mica sono mai riuscito a farlo! Poi che dire. È agonizzante. È atroce. È mora. Nessuno potrebbe mai immedesimarsi in lei. No, se qualcuno ci riuscisse, verrebbe distrutto dalla vagonata di emozioni terrificanti. Per fortuna che alle due tre si esibisce in acrobazie sovrannaturali che spezzano l’orrore—ma sono così nascoste, così veloci, che rimane sempre quel filetto attaccato pronto a tirare tutta la baracca, pronto a farti dare tante martellate in testa quante mai in vita tua. No, dai, ha degli occhi assurdi. Nella penultima scena, quando vedi solo i suoi occhi, non ce la puoi fare. Io non ce l’ho fatta. Chi era con me non ce l’ha fatta. La prima volta avevo le gambe così molli, alla fine del film, che non mi reggevo in piedi ed ho dovuto usare la scusa del «vediamoci tutti i titoli di coda, in rispetto a chi ha creato il film dietro le quinte» per sedermi e recuperare un po’ le energie. Un’altra cosa: uno dei film più romantici sui vampiri, eppure, l’atto in sé del vampirismo, non ha nulla di romantico. Quando lei succhia qualcuno, lo sbrana in tutto e per tutto, si sentono dei rumori atroci, sangue che schizza ovunque, su di lei e sui muri. E quando ha finito di nutrirsi, è disperata e piange. Porca vacca.

Un accademico, o comunque un conoscitore di cinema, potrebbe anche parlare della sceneggiatura, eccezionalmente essenziale, vera, realistica, palpabile, ma soprattutto, dei cambi di stile di regia. Sì, io me ne sono accorto, ma non riesco a concretizzarli. Basta avere un occhio attento però. Ogni tot, cambia genere, come se fosse un altro film di un’altra epoca, rimanendo comunque straordinariamente coerente. Purtroppo però non ho mai studiato cinema, se non relativamente al fumetto ed alle inquadrature, quindi non saprei dire con precisione come e perché. So solo che è una ficata.

Allora, ragazzi. Io sono distrutto. Scrivere di questo film è stato faticoso quasi quanto vederlo di nuovo. Dovete correre, dovete andare al cinema prima che terminino di proiettarlo, che figurarsi qui a Roma lo fanno in soli 3 cinemi e forse domani, venerdì, già lo spazzano via, maledetti stronzi che non si filano gli indipendenti. Io ora mi leggo il libro. Prima devo finire un paio di tomi, ma me lo leggerò sicuramente, poi magari faccio anche un altro post dove tento di riorganizzare le idee.

Ora, chiunque abbia qualcosa da dire, spari pure nei commenti, che ho fatto questa sorta di recensione colloquiale proprio perché a me, del film, interessa parlarne. Lancio uno spunto là: il sangue, nel film, che cos’è? Non cazzarate, lo so cos’è per i vampiri, intendo, che sviluppi porta alla complessità del film la comparsa del sangue? Io non ne ho la più pallida idea, ma so che c’è qualcosa dietro che mi sfugge.

Insulti

Posted in Petacci on 28 gennaio 2009 by Adam

Sei come la scala di un pollaio. Bassa e piena di merda.
— Nike

Esercizio di stile ~ Cappuccetto Marrone

Posted in Storie nude on 28 gennaio 2009 by Adam

C’era una volta cappuccetto marrone. Si chiamava marrone perché col marrone si possono fare un sacco di battute facili e non mi va di faticare per far ridere quei due stronzi drogati che leggono le cazzate di ’sto blog. Che oltretutto hanno il senso dell’umorismo al pari di un bambino complessato e basta dirgli una parola “sporca” che sbottano a ridere e non finiscono più, bisogna sparargli i sedativi da caccia per elefanti per avere un attimo di pace. In ogni caso, cappuccetto marrone aveva dei seri problemi di alcolismo. La nonna glielo diceva sempre: «non bere troppo che ti fa male, il fegato ne risente!». Col cazzo però che lei ascoltava quella vecchia baldracca sfatta. Già da quando faceva coppia fissa col lupo cattivo e aveva pisciato il cacciatore, i parenti non le davano più tregua. Il cacciatore d’altronde poco tempo dopo si era rivelato frocio fino al midollo ed era scappato con il Principe Azzurro; non vi dico i pianti disperati dei genitori, che puntavano tutto il futuro della figlia sul matrimonio con lui. Insomma, è ovvio che una ragazza così pressata trova poi rifugio negli ambienti govanili, cominciò a frequentare i rave nel bosco, imbottirsi di robaccia sintetica, ed ecco che conosce questo lupo così indipendente e così forte, che con lui si sente protetta e cazzate varie, e gliela dà manco fosse merda essiccata al sole. Oh no, ho detto merda… avanti, addormentate quel demente prima che si faccia del male da solo per le convulsioni da risata. Ma perché? Perché io devo essere circondato da questi individui? Magari vivessi nel mondo delle favole. Insomma, dicevo, cappuccetto marrone scopre che la nonna se la fa col lupo, dall’inizio della favola, il quale è tutt’altro che uno sbandato e infatti il padre gestisce una multinazionale import-export thailandese di materiali organici, e lui, per sentirsi figo e slegato dalla famiglia, si atteggia a fricchettone libertino. Va a finire che cappuccetto marrone, decisa a farsi una nuova vita, rapisce la nonna e chiede in riscatto al lupo un elicottero ed un milione di cocuzze; quello ovviamente non se la sente di rischiare l’amore della sua vita e le dà quello che chiede, ma la nonna, cannibale, già si era pappata la nipote. «Tanto sarebbe finita in prigione! Era così tenera, non ho saputo resistere!» esclamava tra le lacrime, ancora imbrattata di sangue dal mento in giù, davanti ai giornalisti appostati di fronte alla centrale. Il lupo, non reggendo alla scena, morì di crepacuore. I genitori di cappuccetto marrone ne utilizzarono la pelle per farsi una pelliccia chiccosissima che tutti invidiavano alle serate di gala, mentre gli organi furono generosamente donati alla corporazione del padre. Prima di essere giustiziata in pubblico, la nonna fece una cacata colossale di un marrone che più marrone non si può, e tutti seppero, sorridendo amaramente, che quella era la cara, vecchia cappuccetto marrone, e che avrebbe vegliato su di loro fino alla fine dei loro giorni.

Compito di grammatica latina al primo anno di liceo: rielaborare Catullo in dialetto romanesco

Posted in Delirium on 26 gennaio 2009 by Adam

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.

Da mi basìa mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum
deinde usque altera mille, deinde centum.

Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut nequis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
— Catullo

Lesbia mia, noi dovemo da vive e d’ama’
e li borbottii de li veci troppo ‘zzelanti
pure meno d’en sordo c’avemo da stima’!
Li soli calati e arisorti so’ tanti
ma quanno l’urtima luce bella che ita sarà
n’abbiocco ‘nfinito ce se mette davanti.

E damme mille baci, e dammene artri cento,
quindi artri mille, e se te scappa artri cento,
e pe’ fini’ artri mille, e ppure artri cento.

Dopo che mijaja n’avemo de bacetti
senza sape’ quanti, tutti l’arimescolerò
ché’n ce stanno a gufa’ li maledetti
pecché li baci a conta’ bboni nun so’.
— Adam

La stazione

Posted in Delirium con i tag on 23 gennaio 2009 by Adam

La stazione
è una malinconia ferrosa
o di mattoni in rovina.
Forse,
un clangore stantuffante,
una vibrazione ridondante.
Ma altra vita non c’è.
Solo un gatto vagabondo
custodisce la sua essenza
il guardiano al di là
di uno stigie binario.

I Piaceri Negati ~ La Malasete

Posted in Storie nude on 24 novembre 2008 by Adam

La gola è riarsa, il palato appiccicoso, la bocca impastata e le labbra sono secche: la sete è un vuoto incolmabile che mi separa dalla felicità. Eppure, per contrappasso, questo avvertire l’arsura contiene in sé, come tutte le cose, il suo opposto; inconsciamente, già so che presto potrò dissetarmi, sentire scorrere acqua fresca e cristallina giù nell’esofago, placando il fatale bisogno, e ciò, quantomeno, già mi basta ad ignorare il fastidio della necessità. Se conoscessi l’Illuminazione, saprei avvalermi di questo karma per eliminare l’incompletezza e non proseguire oltre. Entrando nella cucina, mi rammento in una frazione di secondo di una bottiglia mezza vuota, notata stamattina, col suo carico liquido pronto a soddisfare ogni mia più sfrenata libido idrica, sebbene la scarsa quantità tradisse la breve durata del piacere ormai prossimo. Apro quindi il frigorifero e una brezza argentina, ricca di odori disordinati di insalate, frutta fresca e bevande, mi rinfresca la pelle del volto, aggredendo le mie nari, penetrando da lì fino alla gola scatenando un placido senso di benessere. A questo punto, posso senza alcuna ombra di dubbio affermare che non esiste più alcun tipo di atto di sopravvivenza nelle mie azioni. La sete è già morta, uccisa dalla frescura, e tutto ciò che verrebbe dopo non sarebbe altro che mera cupidigia. E poi, la vedo. Maestosa. Incombente. Fiera del suo tappo inviolato, come una reliquia. Qualcuno deve aver svuotato la precedente e piazzato al suo posto una nuova bottiglia. Quasi come se contenesse troppa acqua, alla vista di ciò che potrebbe ingurgitare, il mio corpo comincia a sudare incontrollabilmente. Le mani si fanno viscide dalla tensione e la fronte si ricopre di goccioline simili a rugiada. Mi sento come un ladro di tombe quando la mia mano impudica l’afferra incerta per adagiarla sulla credenza alla meno peggio. Con la coda dell’occhio passo in rassegna i bicchieri, cercandone uno all’altezza di tale compito, ma pare che ognuno di essi, in preda al sacro furore, mi condanni prima al rogo inquisitorio e poi alle fiamme dell’inferno per aver osato profanare tanta sacralità. A mia volta però realizzo che nemmeno il Graal sarebbe degno di ciò che mi appresto a compiere, quindi mi risolvo a selezionare il boccale più indicato: un vecchio contenitore di cioccolata Lindt, raffigurante una vacca lasciva trasportata dalla dolce schiuma di un mare senza fine. Avvertendo il sangue pulsare dolorosamente, quasi senza accorgermene, i miei artigli pagani dissacrano per sempre l’avvitata verginità del reperto, versandone impunemente la linfa nel buio della dannazione. Il mio stomaco è attorcigliato, alla gola ho un nodo che nemmeno il più contorto dei marinai potrebbe concepire nel suo incubo più morboso. Sento che avrei ogni goccia d’acqua sulla mia coscienza alla fine di tutta questa storia, ed adesso non potrei mai berne più di mezzo bicchiere. In un attimo eterno vedo l’acqua fluire rassegnata, riempiendo il calice nemmeno fino a metà. La vista di quel getto indifeso prorompe in un senso di colpa antico quanto l’uomo. Perché lo faccio? Cos’è questo inutile spreco? La sete è come se non fosse mai esistita. Ormai le mie azioni fanno parte di un complesso rituale a cui il destino mi ha condannato. Senza alcun controllo su me stesso, appoggio la bocca omicida al freddo bordo vitreo, percependo da subito la pura umidità del contenuto. Il bovino si inclina lentamente mentre il fiume martirizzato straripa impetuoso nella mia gola peccatrice. L’acqua, per ripicca, mi congela lo stomaco, e ben presto sale un insopportabile senso di nausea. Mi stacco aspirando come dopo ore di apnea; ma c’è ancora un buon dito d’acqua sopravvissuto al massacro. Distogliendo lo sguardo, lascio che la mia carne prevalga sulla ragione, e lo getto nel lavandino in un tripudio di scellerato consumismo. Gli occhi sono pronti a sfogarsi in un pianto inconsolabile. Goffamente cerco di rimettere tutto a posto com’era prima, ma chiunque si sarebbe accorto dell’impurità compiuta in quel luogo. Mi allontano con la coda tra le gambe, giurando di non perseverare più in questo errore, con in testa terrificanti scene di devastazione che potrebbero benissimo essere uscite da un film hollywoodiano post-atomico o da un documentario no-global sulla siccità nel terzo mondo. Ma poiché è estate ed ho assunto solo quelle due dita d’acqua dalla sera prima, un minuto dopo ho di nuovo una sete desertica.

Bum

Posted in Delirium con i tag on 9 novembre 2008 by Adam

Io, il Diavolo,
l’ho vista marciare.
Lo sperma di metallo
Uccide le astronavi fotoniche
— l’esplosione.
Addio
Paradiso elettronico
Spaccata è la mela
Noi moriremo.
Fumo e sogni
E poi freddo.

L’Adam#7 ~ Le origini del mito

Posted in L'Adam con i tag , on 9 novembre 2008 by Adam

Oh mio dio!!! Due numeri a poche ore di distanza l’uno dall’altro. D’altronde, la storia comincia a farsi avvincente e il ritmo frenetico degli avvenimenti che si susseguono impone un certo rigore sulla tabella di marcia…
Notare che, a seguito di varie sollecitazioni, sono tornato alla lettering full-digital. Questo perché mi si dice che so disegnare, ma non scrivere. Ciò è comunque una grande menzogna. Lo sanno tutti che io non so disegnare.

L'Adam#7 ~ Le origini del mito

L'Adam#7 ~ Le origini del mito

L’Adam #6 ~ Le origini del mito

Posted in L'Adam on 8 novembre 2008 by Adam

Non ho mantenuto la promessa: avevo detto che questo numero sarebbe stato molto più assurdo, ed invece non è così. Perlomeno, è sicuramente più assurdo sul piano del significato…

L’Adam #6 ~ Le origini del mito

L’Adam #6 ~ Le origini del mito