Si dice che la maggior parte dei tratti somatici e caratteriali provengano dal famoso dna dei vostri cari parenti.
Le teorie su questa idea sono indubbiamente certificate e garantite, dati costatati da esami approfonditi.
Ma da un po’ di tempo a questa parte gli scienziati stanno rintracciando nuove e interessanti verità sui nostri patrimoni genetici.
Non più soltanto somiglianze fisiche, caratteriali e nelle acquisizioni di capacità…
C’è un nuovo gene che passa di generazione in generazione, nei secoli dei secoli, da un ovulo all’altro…un gene che di nome fa…
“SFIGA”
Immaginatevelo: piccolo, dalla testa a sfera, curvata in avanti in una sorta di nodo alla marinara, indifeso, di un tristissimo color begiolino a tratti grigio topo sbiadito, grandi occhioni acquosi e una simpatica fessura che, il qui presente, oserebbe chiamare BOCCA.
Questo insignificante essere è nato per puro sbaglio sin dall’alba dei tempi.
Bensì da Adamo ed Eva.
Diciamocelo veramente, se quei due non avessero avuto i geni della sfiga, a quest’ora non sarebbero stati scoperti a mandrilloneggiare dal nostro caro, amico, onnipotente, per poi essere buttati fuori dal giardino dell’Eden, non vi pare?
Da lì ogni cosa nacque, crebbe e si riprodusse ad una velocità IMPRESSIONANTE!!
Nell’epoca moderna la sfiga si trova in tanti piccoli particolari che trasformano la giornata in una serie di cadute nei tombini.
Nell’epoca preisterica oso solo immaginare l’ultimo pensiero di quello sfigato di dinosauro, primo a morire, a cui è caduto il meteorite addosso.
“Mmmh…forse stamattina mi dovevo mettere la protezione 50.”
Probabilmente sarà stato questo il suo ultimo pensiero, prima che un enorme palla infuocata distruggesse il suo intero corpicino che, in confronto alla sfera, era la caccola di una formica.
La sfiga si presenta ogni tanto quando gli gira di romperti i maroni.
Ma nei casi che andiamo a vedere si tratta di PURA SFIGA GENETICA CHE NON SI ESAURISCE MAI!
In questi casi quando credi di aver toccato il fondo, non credere che non si possa andare ancora più in basso.
Tranquillo, ci sarà qualcuno che scaverà per conto tuo(così non ti sporcherai le unghiette).
Tutta questa simpatica introduzione serve per darvi il benvenuto al famosissimo, acclamatissimo, amatissimo, adoratissimo gene della sfiga made Senzacqua’s family.
Ebbene sì, miei cari lettori incompresi dalla mente contorta.
Io appartengo alla famosa categoria della SFIGA GENETICA!!!
Basti pensare ai miei cari nonni.
Es .
Il padre di mio padre, che di nome faceva Pompeo, era il più famoso giornalista sportivo calcistico della Roma( forse ecco da dove proviene la mia vena da scrittrice).
Conosceva tutti i suoi componenti e tutti i pezzi grossi del calcio.
Diciamo che era un grande, uno di quegli uomini che quando passa per strada sembra che il tempo vada a rallenty e di sottofondo c’è la propria colonna sonora stile western o rocky.
Ma dietro l’immagine di un grande uomo si nasconde il gene maledetto.
La sfiga esemplare è stata quella del 1983. Si stava per svolgere l’ultima fatidica partita della Roma, che avrebbe deciso la vittoria dello scudetto o la sconfitta demoralizzante.
Mio nonno, preparato per il gran giorno, uscì di casa in pieno orario, montando sulla sua 500 modello seconda rivoluzione industriale.
Primo segno nocivo della giornata fu che la macchina non partì(l’unica volta dopo sette anni di onorata carriera).
Così, incazzato e felice allo stesso tempo, decise di farsela a piedi verso l’Olimpico.
Ad ogni passo sentiva nell’aria qualcosa di frizzantino. Avrebbe scritto l’articolo più bello della sua vita, se la Roma avesse vinto.
Senza che meno se ne accorgesse si ritrovò davanti l’Olimpico, stracolmo di tifosi.
Passò attraverso la folla, calciando e dando gomitate solo come un degno ex giocatore di rugby sa fare.
Arrivato davanti la biglietteria/entrata, mostrò il cartellino che gli dava il permesso di andare tra le tribune dei giornalisti. E mentre il controllore andava ad esaminare la lista di quest’ultimi, nella quale ci doveva essere anche mio nonno, Pompeo ebbe un attacco di cuore e morì pochi istanti dopo.
Lì…a pochi minuti prima dell’inizio della partita, all’entrata, sovrastato da tifosi impazziti.
Mo ditemi se questa non è a causa del gene della sfiga? Mio nonno non aveva mai sofferto di dolori al cuore…
Per poi non parlare di mio padre:
Es n° 2
Quando mio padre, L’Orso o Massimo, era in pieno periodo adolescenziale, dove un ragazzo degli anni passati avrebbe trascorso l’intera giornata ad ascoltare beatles o a sputar sangue per comprare l’ultimo disco di vinile di Janis Joplin, mio padre doveva dimostrare la sua virilità a mio nonno.
Bisogna sottolineare che mio padre è un marshmellow, e a quei tempi se ne andava in giro con dei pantaloni pinocchietto verde pisello e un golfino lavorato a maglia dalla madre(e mia nonna è pure strabica) di un color giallo canarino con dei disegnini obliqui di renne e alci, che più che cervi sembravano dei riferimenti caproni satanisti, ma, soprattutto, la capigliatura alla Beatles (e poteva mancare?).
Quando mio padre mi raccontò questo aneddoto della sua vita, pensai che come prova di virilità mio nonno gli avesse regalato un giornaletto di Playboy oppure, questo nello stile di mio nonno, una gara a chi si mette più velocemente il preservativo senza romperlo.
Non fu niente di tutto ciò.
Bensì…UNA CACCIA AL FAGIANO!!
Esattamente…muniti di pistole e vecchi fucili colombiani, mio nonno voleva virilizzare mio padre uccidendo un povero tacchino venuto male.
Così, il giorno prestabilito, mio nonno e mia nonna seguirono mio padre nel mezzo della campagna ad uccidere FAGIANI!!!
E insieme a loro li seguì il loro fedelissimo, che mio padre odiava con tutto il cuore, cane Misù.
Misù era il bassotto amato da mia nonna. Aveva una lunghezza media di almeno 45 centimetri e il peso di, all’incirca, due chili.
Era così magro che chiunque lo avrebbe scambiato per un matterello per fare le torte.
Di solito quando lo portavano in campagna, lo facevano saltare nell’erba alta, facendo in modo che quando apparisse al disopra delle alte radure sembrasse che la sua bocca pronunciasse: “CHAPPY!” (come la marca di alimenti per i quali andava pazzo).
Mia nonna adorava Misù (anche perché usava il suo corpo longilineo quando i tubi dello scarico si ostruivano, cosa molto utile visto che mia nonna era capace di otturarli ogni venticinque secondi visto lo schifo che ci buttava), lo vestiva peggio di come lo fa tutt’ora Paris Hilton e lo portava nei saloni di bellezza per cani.
Manco fosse il cane più bello del mondo, Misù era pure scemo.
Non sapeva rispondere ad alcun comando e, per di più, faceva i suoi bisognini nei posti più impensabili.
Finora il posto più strano è stato dentro il forno, che la sera prima mia nonna aveva lasciato aperto, dove il giorno dopo tutti si stupirono dello strano retrogusto all’interno dello sfornato di zucchine.
Diciamo semplicemente che era proprio rincoglionito.
Tornando però alla giornata fagiano, mio padre e gli altri andarono nel mezzo del fosso, dove l’erba è molto alta, a uccidere queste benedette “galline”.
“Eccoli…si nascondono tutti lì!”
Disse mio nonno, mostrando a mio padre l’intera radura(immaginatevi un po’ la scena de “il re leone”. GUARDA! Guarda quale meraviglia si va a mostrare ai nostri occhi. Le colline rigogliose, le piante in fiore…Tutto quello che vedi illuminato dal sole…APPARTIENE A QUALCUN ALTRO!! Strano…pensavo mi avresti detto tutt’altra cosa.).
“Prendi e spara appena uno di essi si alza dalla radura”
Fece Pompeo dando in mano a mio padre il fucile da cacciatore modello.
Mio padre perse ogni colore sul viso.
“D…d…devo ucciderlo?”
“Esattamente, massimo. Devi ucciderlo appena uno esce dalla raduna.”
Massimo era indeciso, spaventato. Avrebbe dovuto fare una cosa al di là della propria volontà, e non voleva.
Tremava tutto, mentre puntava il fucile verso la radura.
Dentro di sé ripeteva frasi del genere “Perché devo farlo? Perché? Cazz’iddio…porco mondo…non so nemmeno com’è fatto un fagiano…”
E quando meno se lo aspettasse dalla radura un bozzolo marroncino si mostrò.
“ECCOLO!”
Gridò nervoso mio padre, premendo il grilletto, centrando in pieno il fagiano.
Dopo essersi ripreso dal rinculo mio padre e mio nonno balzarono all’interno della radura.
“Dovrebbe essere caduto da queste parti.”
Borbottava mio nonno, cercando con lo sguardo il tacchino.
“ECCOLO PAPA’!!! ECCOLO!!!”
Gridò entusiasta mio padre.
“E..e…eccolo…pa…”
Diciamo soltanto che tutto il suo entusiasmo morì nell’istante in cui capì di aver ucciso l’animale sbagliato.
Lì per terra non c’era un povero tacchino caduto e sanguinante.
Quello che aveva colpito era Misù, in pieno momento CHAPPY!
Nel vedere il corpicino oblungo e scheletrico del cagnolino a terra, con il muso contorto in un espressione tra lo psicopatico e il contento, mio padre vide la sua vita passargli davanti gli occhi.
Aveva sì e no trenta secondi di tempo da vivere, prima che mio nonno si accorgesse dell’omicidio, prendesse la canna del fucile, la ficasse su per il sedere di mio padre e sparasse a raffica tutti i colpi, facendogli uscire i proiettili dalle narici.
“Sono morto…”
Pensò, mentre mio nonno si accostò a lui.
“…più che morto…”.
Un urlo. E infine…una raffica di fucilate.
Sfiga, sfiga, sfiga e, ancora una volta, SFIGA!!!!
Ce n’è un po’ per tutti i gusti, si passa dal mandorlato alla menta o dal cocco al pistacchio.
Un Arcobaleno di sfighe, di cui ogni colore appartiene ad una specifica persona.
La mia ha un colore terribile: verde pisello.
La vedo lì davanti i miei occhi, tutta presa a lucidarsi la sua testolina ad ellisse annodato.
Non vede l’ora di saltarmi nuovamente addosso. Attende il momento giusto, magari il miracolo divino, e poi rovina tutto.
Vi spiego un po’ una mia giornata “sfiga” tipica.
Mi sveglio la mattina un po’ rintontita, a causa della vicina di sotto con la sua ORRIDA “Blue millennium edition”.
Svegliarsi con la voce di quattro checche che intonano: “If You come back in my life, I’ll be there till the end of time” non è proprio il massimo, ve lo assicuro.
Ma sono felice lo stesso perché sarei andata per un bel po’ di giorni in campagna a farmi degli STUPENDI bagni nella mia piscina super figa!!!
Camminando a mo di zombie, borbottando inconsciamente “I’m in troublin you and me bubblin..”, m’incammino verso il bagno e mi riaddormento sulla tazza del cesso.
DIECI MINUTI DOPO…
Mi risveglio scattante, in forma, determinata e vogliosa. Mi preparo in dieci minuti:
acqua gelata per tonificare il volto…FATTO, lavaggio intensivo all’ascella depilata con seduta deodorante…FATTO!, pulizia AFFONDO di parti intime…FATTO!, snodamento doloroso dei capelli con serie infinita di spazzole e pettini di varie forme…FATTO!, tragica e lunghissima seduta di “allacciamento reggiseno”…FATTO!, mutanda nuova e profumata con decolorazione a chiazze…FATTO!, pantaloni bracaloni…FATTO!, prima maglietta,con la scritta oscena JUNGLE, che hai visto tra il cumulo…FATTO! e in ultimo…pennellata di Kajal sotto gli occhi, insieme a burro di cacao alla ciliegia…FATTO!!!
TARATATA’ TARATATTARA’!! (musichetta vittoriosa stile Final fantasy X)
Perfetto!
Esco dal bagno che mio padre è già pronto e dalla sua bocca gli esce il tipico:
“Ti aspetto da un secolo”.
Mi muovo, scatto verso il mio zaino e lo riempio di cose inutili (come la cintura anni ’70 alla rambo e la frusta all’indiana jones) e usciamo di casa in tutta fretta infilandoci nel catorcio di renault 19, che è la macchina di mio padre.
Appena mi siedo sul sedile s’innalza una nube di acari e polvere accompagnata dall’olezzo flautolento di brioches e crackers andati a male(simile all’odore dei piedi di mia madre).
Ma sono ancora felice…la giornata non poteva essere rovinata, non quella volta che ero riuscita a svegliarmi presto.
Sull’autostrada non c’è anima viva e scattiamo fino al passaggio. Mio padre prepara la moneta da 1 €, mentre io chiamo la Francese (la ex fidanzata di papà, mia seconda madre, amica, che di nome fa Cloudine), che ci stava aspettando nella casa in campagna.
“Sì. Va tutto bene. Tra una ventina di minuti saremo lì da te.”
Chiudo la chiamata, diamo l’euro, ripartiamo quando…la macchina comincia a fumare ( e quella volta non era come quando l’avevamo beccata con una panda a farsi di narghilè).
Un tondino microscopico comincia a lampeggiare.
Io e mio padre cadiamo nel panico, notando che la macchina era all’ultima tacca del surriscaldamento e da un momento all’altro sarebbe esplosa.
Ma, nel mezzo dell’autostrada, dove fermarsi?
Troviamo un posteggio e ci fermiamo in tempo.
C’infiliamo le giacchette fosforescenti, che su di me stanno una meraviglia, e apriamo il cofano.
L’acqua era finita, la ventola dell’aria non funzionava e sul motore ci potevi cuocere le patate.
Così, il viaggio da venti minuti, si trasformò in un agonia da due ore e mezza.
MA, c’è sempre un MA, finalmente arrivati in campagna, sporchi sudati e stanchi, sia io che mio padre puntammo la piscina.
Andai in bagno col mio bikini nero, per cambiarmi. Giusto il momento di liberarsi dei liquidi in eccesso quando notai un minuscolo particolare sulle mie mutande:
COMPLETAMENTE, INTERAMENTE, STRABORDANTI DI ROSSO SANGUE!!!
NUOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
LE MESTRUAZIONI NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
Abbandono il pensiero di fare il bagno, mettendo sul nuovo paio di mutande uno di quegli assorbenti stile PANNOLONE PER LA DIARREA.
Passo i primi tre giorni da minimo 39 gradi nell’ombra di casa, senza poter toccare la piscina.
Lei era lì: splendida, eterea, pulita, cristallina, trasparente, fresca, con qualche ape morta dentro…ma sempre MERAVIGLIOSA!
Mentre io, nel mio mare di sudore sia per il caldo che per il dolore alle ovaie, sbavo impaziente pregando che le mie cascate finiscano al più presto.
Il giorno miracoloso in cui terminarono non mi sento tanto bene…e pochi minuti più tardi mi accorgo di avere 38 e mezzo di febbre.
VAFFANCIOLLA!
Il tutto seguito da una raffica di punture di pappataci sul collo, tra le dita dei piedi, sopra l’occhio sinistro (facendomi sembrare Quasimodo del gobo di notre dame) e, nel posto ancora più brutto, nel mezzo del cammin delle mie chiappe(che come ci è andata a finire lo devo ancora scoprire).
Ero tutto un prurito, mentre mio padre mi faceva stare di fuori al sole, imbacuccata e ripiena come un babà di maglioni di lana e sciarpe, perché, secondo lui, stare calda e sudare mi avrebbe fatto andare via la febbre in un istante.
Sì…ma morire squagliata sotto il sole a 40 gradi, con lo stesso rivestimento di un orso polare, non era certo il modo di sfebbrarmi.
Finisce la febbre dopo un po’ di giorni, YUPPIE!.
E’ pomeriggio…l’ora giusta, la temperatura giusta, il sole giusto, l’acqua giusta.
Stavolta nessuno mi avrebbe fermato.
Esco di fuori con le ciocie, in bikini, e l’asciugamano rosso fuego quando comincia a diluviare e a soffiare un forte vento.
E così per gli ultimi giorni…fino al mio ritorno a roma.
Delusa, amareggiata, e soprattutto SFIGATA!!!
Miei cari, in conclusione, posso ben dire che la mia sarà una sfiga eterna. Però sarà una sfiga su cui spero vi facciate quattro risate, che queste fanno sempre bene al cuore, dopotutto.



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